Intervista @danilolapegna.kintsugi

Intervista a Danilo Lapegna ingegnere informatico che si pone come obbiettivo un’ “esistenza di qualità”.

Danilo grazie alla sua formazione accademica da ingegnere informatico, dirige da anni con successo team internazionali impegnati in progetti software di grande impatto nel fervente mondo delle start-up del Regno Unito.

Le complesse sfide di management all’interno di un mondo ipercompetitivo lo hanno portato a maturare una passione e un interesse sempre maggiore nei confronti di un approccio sistemico e multidisciplinare ai problemi. Passione che ha trovato la sua massima espressione nell’abilità di generare valore attraverso l’analisi rigorosa e l’integrazione dei dati con un incrollabile desiderio di contribuire al benessere altrui.

Da più di un decennio infatti, attraverso lo pseudonimo di “Yamada Takumi“, ha sfruttato queste sue passioni e abilità creando un vero e proprio “Standard di qualità scientifico Kintsugi“, applicato a libri che hanno venduto oltre 50.000 copie, scalando le classifiche di vendita su Amazon, aiutando migliaia di persone, e ricevendo enorme attenzione mediatica per il successo conseguito nel settore dell’auto-pubblicazione.

E così oggi, assieme al suo staff di professionisti ed esperti, si propone di continuare a diffondere, attraverso il “Kintsugi Project“, il sogno di un futuro umano in cui l’apprendimento continuo, il senso critico, un approccio non banale alla complessità e la ricerca di una “esistenza di qualità”, siano valori condivisi, normalizzati, ma soprattutto perseguiti attraverso strumenti sani, sostenibili, scientifici, affidabili.

Che dire? Leggete l’intervista e contattate Danilo !!

Danilo Lapegna

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Nome, Cognome e professione? Di cosa si occupa esattamente la tua professione?

Sono Danilo Lapegna, e sono uno scrittore e un tech manager ormai da quasi 12 anni.

Ho al mio attivo un bel po’ di libri autopubblicati, di cui molti sotto lo pseudonimo, ora “depennato”, di Yamada Takumi. Nel mio lavoro da ingegnere del software invece mi occupo di app mobile e gestione di team di sviluppo app, come product e project manager. Questo per lo più nel Regno Unito e nel mondo delle piccole compagnie e delle start-up, delle quali amo il connubio di artigianalità e piena responsabilizzazione su ciò che si produce.

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Come hai scoperto il mondo dell’hacking neurale e cosa ti ha spinto ad interessartene?

Parlo ovviamente da persona immersa nel proprio sistema di valori: il fascino del ricercare strumenti con cui ottenere il massimo dal proprio cervello è difficile da negare.

Forse un desiderio del genere è persino scolpito nella nostra biologia? In un bisogno evolutivo di superare i propri limiti così da poter massimizzare le probabilità di sopravvivenza, procacciarsi più risorse e perpetuare più in fretta i propri geni?

Questa domanda però, in realtà, può diventare un ottimo pretesto per sollevare altre questioni. Il comprendere di voler essere “qualcosa di più” infatti, a mio avviso, può trasformarsi in un pretesto di altissima qualità per interrogarci sia sul nostro sistema di valori che sui mezzi che siamo disposti a impiegare per perseguirli. Non è quindi, a mio avviso, tanto questione di hacking neurale “in sé”, ma di indagare quanto una pratica del genere può rappresentare una componente valida di un percorso di autoconoscenza e costruzione di significato.

Qual è la tua definizione personale di Neurohacking?

Forse coincide in gran parte con la filosofia del “kaizen”, del miglioramento continuo.

Ma mi piace anche il suo riferirsi all’adozione di una filosofia di vita in senso più ampio, in cui si cerca di sfidare intelligentemente il senso comune, e si abbraccia uno spirito curioso, pionieristico e coraggioso in ogni aspetto esistenziale. Infine, credo che acquisisca molto più significato se lo si rende un insieme di mezzi attraverso cui ricercare equilibri ed “esperienze eccellenti”, piuttosto che una qualche forma di iperproduttività a tutti i costi.

Quali pratiche di neurohacking hai integrato nella tua vita quotidiana?

Da circa un annetto provo a basarmi su alcuni “pilastri” fondamentali tra cui:

  • Igiene del sonno
  • Dosaggio “intelligente” della caffeina
  • Routine sensata di esercizio fisico,
  • Meditazione e ricerca di esperienze più profonde e meditative in alcune forme di musica.

Poi, sia chiaro, alcune di queste pratiche potranno suonare come estremamente banali ai più, eppure “purtroppo” secondo me poche cose rimangono efficaci come quelle più comuni.

E dico “purtroppo” perché ciò forse priva l’intero percorso di parte del fascino avventuroso, ma a mio avviso ci pone proprio la più grande delle sfide: quella di riconoscere che alcuni “Graal” sono già alla nostra portata.

Nel momento in cui accettiamo questo “difficilissimo” principio (perché si, siamo tutti un po’ dei fanatici incurabili degli “sbattimenti inutili”), possiamo fare nostre alcune tra le risorse più potenti ed “economiche” a nostra disposizione.

Puoi condividere un esempio specifico di una tecnica di neurohacking che hai trovato particolarmente efficace per te?

Approfitto di questa domanda per aggiungerti una tecnica più orientata al “software”, a differenza di quelle più “hardware” del punto precedente: una revisione mensile del mio percorso, dei miei progetti e delle mie priorità.

Cerco periodicamente di capire cosa è andato bene, cosa non è andato bene e cosa ripensare e migliorare. Poche cose danno energia come il sentire di stare effettuando azioni in linea con le proprie prospettive e valori.

E, viceversa, poche cose possono distruggere come il percepire di stare abitando il “posto sbagliato” dell’esistenza.

Come dormire meglio, ridurre lo stress e trovare nuove energie?

Non credo esistano risposte semplici a questa domanda, ma afferro a piene mani la sfida di dirla in poche parole e vado con un: attraverso un lavoro di filtraggio, selezione e riduzione, molto più che di aggiunta.

Inoltre, serve spesso il coraggio necessario per costruirsi una strada diversa da ciò che imporrebbero il senso comune o i condizionamenti sociali. Quest’ultimo approccio, in particolare, può risultare incredibilmente difficile.

Non siamo fatti per distaccarci troppo dal “branco”, e rifiuto ed emarginazione sono cose che, forse anche legittimamente, ci terrorizzano.

Ci sono libri che consigli su questo argomento?

“Stealing Fire” e “L’arte dell’impossibile” di Steven Kotler.

Ascoltate poi tutte le puntate del podcast di Andrew Huberman (sono un bel po’ di ore, ma valgono completamente la pena).

E infine ho sentito che anche questo “Neurohacking” di Danilo Lapegna non è malissimo. Ma su quest’ultimo non ci giurerei troppo :D.

Che tipo di integratori usi? Fai utilizzo di Nootropi?

Su una media 1-2 volte a settimana, quando so di dover affrontare del lavoro cognitivo particolarmente impegnativo, sostituisco il mio caffè normale con un “mushroom coffee” con estratto di Lion’s Mane, Reishi, Cordyceps e Agaricus Blazei (sì, li ho appena trascritti dalla scatola; e no, non sono funghi allucinogeni).

Il sapore è ottimo e, per carità, non so quanto dell’effetto di tale estratto sia dovuto a semplice placebo, ma posso confermare che i livelli di concentrazione e capacità di lavoro creativo sono su un altro livello rispetto a quando prendo solo caffè normale. Il mio approccio ai nootropi comunque, in generale, si basa su un uso estremamente ponderato, che punti ad abituare il corpo alla massima performance già in loro assenza.

Questo, al contempo, mi consente di ridurre i rischi di assuefazione e di fare così vere e proprie “magie” altrimenti.

Utilizzi tecnologie o dispositivi specifici per monitorare la tua salute o supportare le tue pratiche?

Trovo molto interessante l’idea di utilizzare strumenti “smart” per monitorare i propri parametri vitali.

Tuttavia, non credo faccia completamente per me, e i motivi si potrebbero riassumere con un:

  1. Preferisco promuovere un approccio lower-tech e a basso costo all’auto-ottimizzazione.
  2. Noto che i valori che raccogliamo dai nostri dispositivi possono facilmente rappresentare una fonte di dipendenza e distrazione dal disegno generale
  3. Penso che nel 99% dei casi i valori che raccogliamo dai “normali” esami medici sono tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

Se poi per voi funziona l’idea di utilizzare qualunque dispositivo personale per tracciare questo o quel valore, continuate pure a farlo, ci mancherebbe!

Non si tratta di qualcosa che mi sentirei di contrastare apertamente e credo abbia comunque i suoi vantaggi.

Se qualcuno fosse interessato a iniziare con il neurohacking, quali consigli gli daresti per cominciare in modo sicuro ed efficace?

Ti rispondo con una piccola sintesi di alcune tra le risposte precedenti: parti da ciò che già hai.

Lavora innanzitutto su un percorso di vita che privilegi intenzionalità e autodeterminazione. Indaga sul tuo sistema di valori. Rimuovi, riduci e seleziona. Vai dal tuo medico regolarmente per un check-up completo. Mangia bene, dormi bene e cammina tanto.

E poi, “solo dopo”, se ha ancora senso, prova ad “aggiungere” qualcos’altro.

Come ti troviamo?

Le mie riflessioni e tutti i miei libri e progetti sono sul sito http://kintsugiproject.net.

Per ringraziarti dell’intervista voglio anche offrire a chi ti segue il codice sconto senza scadenza di tempo NEUROBOOST20 su tutti i prodotti del sito.

Potete poi sempre contattarmi per una chiacchierata all’indirizzo info@kintsugiproject.it o trovare tutte le mie ultime novità e progetti all’indirizzo Instagram @danilolapegna.kintsugi

Ciò detto, non mi resta che ringraziarvi moltissimo per lo spazio concessomi, rinnovando i complimenti e un sincero in bocca al lupo per il vostro lavoro!

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